A volte bisogna tornare indietro per andare avanti:

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    La tabella di Sheck Exley (1989): anatomia di una decompressione estrema

    Nel marzo del 1989 Sheck Exley effettuò una delle immersioni più profonde e complesse mai documentate all’epoca, raggiungendo una profondità reale compresa tra 867 e 881 piedi, oltre 260 metri. La tabella che accompagna quell’immersione non è una “tabella” nel senso moderno del termine, ma un **runtime di decompressione completo**, scritto e utilizzato come strumento operativo durante la risalita. È un documento tecnico, storico e formativo di enorme valore.

    Analizzarla oggi permette di capire come ragionavano i pionieri della subacquea estrema prima dell’avvento dei computer decompressivi e dei Gradient Factors.

    Non una tabella, ma un runtime

    La prima cosa da chiarire è che questo documento non nasce per essere consultato a tavolino, ma seguito minuto per minuto in immersione.
    Ogni riga indica:

    profondità dello stop in FSW (Feet of Sea Water),
    durata dello stop,
    runtime cumulativo dall’inizio dell’immersione,
    miscela respiratoria prevista,
    note operative.

    Il cuore del sistema è il *runtime*: non “mi fermo X minuti a Y metri”, ma “quando il tempo totale raggiunge N minuti, devo essere a quella profondità”. È la base della pianificazione tecnica moderna.

    Discesa e fondo: il contesto storico

    La discesa iniziale avviene in aria fino a circa 270 piedi. Oggi questa scelta è impensabile, ma nel contesto degli anni ’80 era prassi comune anche in immersioni profondissime. Da lì iniziano i cambi gas verso trimix sempre più ipossici (10% e addirittura 7% di ossigeno), necessari per mantenere una pressione parziale dell’O₂ respirabile alle profondità estreme raggiunte.

    Questa sezione evidenzia due elementi fondamentali:

    l’assenza di alternative tecnologiche dell’epoca,
    una profonda conoscenza empirica dei limiti fisiologici, soprattutto legati all’ossigeno.


    Inizio precoce degli stop e risalita lenta

    Uno degli aspetti più interessanti è la precocità dei primi stop, che iniziano molto in profondità, ben oltre ciò che oggi chiameremmo “deep stop”. La risalita è lenta, estremamente frazionata, con tanti stop ravvicinati e durate contenute che aumentano progressivamente.

    Questo approccio riflette una decompressione:

    fortemente conservativa,
    basata su modelli haldaniani modificati ed esperienza diretta,
    orientata a controllare il carico tissutale senza strumenti di calcolo dinamico.

    Non esistono compartmenti, GF o M-value espliciti: esiste solo la sequenza.

    Le deviazioni non pianificate

    Nella tabella compaiono più volte annotazioni come “Unplanned extra 2–4 min stop”.
    Questo è un dettaglio cruciale: mostra che la decompressione non era considerata una procedura rigida, ma adattabile in tempo reale.

    Aggiungere stop extra significava ascoltare:

    le sensazioni fisiche,
    la fatica,
    eventuali segnali di stress,
    oppure semplicemente aumentare il margine di sicurezza.

    È una lezione ancora attualissima: anche oggi, con computer avanzati, il profilo migliore non è sempre quello “ottimizzato”, ma quello più gestibile dal subacqueo reale.

    Accelerazione finale con Nitrox e Ossigeno

    Nella parte alta della risalita compaiono switch progressivi a Nitrox sempre più ricchi di ossigeno, fino all’uso di O₂ puro a 20 piedi e a ulteriori 30 minuti in superficie.

    Qui ritroviamo il principio base della decompressione accelerata moderna:

    aumento della ppO₂,
    massimizzazione del gradiente di diffusione,
    riduzione del gas inerte residuo.

    È importante sottolineare che tutto questo avviene decenni prima della standardizzazione didattica di queste procedure.

    Durata complessiva: oltre dieci ore

    Il runtime finale supera abbondantemente le dieci ore totali. Questo dato, da solo, racconta l’enorme complessità logistica e psicofisica dell’immersione:

    gestione delle scorte di gas,
    esposizione prolungata,
    rischio cumulativo,
    stress termico e mentale.

    Non è una decompressione “efficiente” secondo i criteri moderni, ma è una decompressione sopravvivibile in un contesto tecnologico limitato.

    Cosa ci insegna oggi questa tabella

    Questa tabella non va imitata, ma studiata. In particolare insegna che:

    la decompressione è sempre un compromesso tra modello, corpo e contesto,
    la flessibilità operativa è una competenza, non un errore,
    molte pratiche moderne hanno radici empiriche molto più antiche di quanto si creda,
    i computer non sostituiscono il giudizio del subacqueo, lo supportano.

    Confrontata con Bühlmann ZHL-16C e Gradient Factors moderni, questa decompressione appare lunga, prudente e poco “elegante” sul piano matematico. Ma è il risultato di una scuola che imparava pagando di persona.



    La tabella di Sheck Exley del 1989 è una fotografia tecnica di un’epoca in cui la decompressione non era ancora “ottimizzata”, ma profondamente vissuta.
    Studiare questi documenti significa capire da dove veniamo, evitare semplificazioni pericolose e diventare subacquei più consapevoli, non solo più tecnologici.

    hans.png

    Fonte: indepthmag.com

  • #2
    non so se sei dr jekyll o mr hyde. però non cambiare più. resta così.
    ......lasciami l'orgoglio di essere solo un uomo...

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    • #3
      Originariamente inviato da cesare Visualizza il messaggio
      non so se sei dr jekyll o mr hyde. però non cambiare più. resta così.
      io sono onesto e non dogmatico

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      • #4
        Originariamente inviato da cesare Visualizza il messaggio
        non so se sei dr jekyll o mr hyde. però non cambiare più. resta così.
        Facile: è quello con le virgole
        www.bludivecenter.com

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