Chi mi conosce, o chi segue su vari canali social le vicende dei "Cacciatori di Reti Fantasma" ai quali appartengo, si sarà probabilmente imbattuto in questo libro: ATLANTIDE C'É.
L'ho scritto e pubblicato nel 2024: dopo una lunga fase di documentazione. Fatta di centinaia d'immersioni, ma anche di interviste, racconti vissuti e raccolti. Sott'acqua, fra reti abbandonate e gente determinata (da oltre un decennio, senza soste) a toglierle di mezzo insieme a tutto ciò che nel nostro mondo non deve rimanere.
Perché, dopotutto, rimuovere una rete fantasma è influire su un frammento di realtà: con la pratica, senza parole.
Ho deciso di regalarvi la prima pagina.
Dojo
«Venite ad affrontarmi».
5-6 giovanotti, ciascuno con la sua brava cintura nera ben annodata sul karate-gi bianco. Un nastrino rosso cucito in punta indica il 1°dan, il grado appena acquisito. L’abito derivato dal kimono tradizionale scricchiola, i piedi nudi cercano appoggio sul tatami di gomma: elementi storici rivisitati.
Posizione di guardia più o meno formale: un piede avanza l’altro arretra; un braccio si piega in avanti a proteggere il viso, termina in un pugno chiuso; l’altro ripara il petto tenendo carico un altro pugno.
Lui è il nostro maestro, evidentemente. Sessant’anni, un’età per noi quasi inimmaginabile; capelli argentati, dritto e massiccio, mezzo toscano semispento sempre pronto all’uso. Non qui, perché questo è il
dojo: lo spazio dove tutto ciò deve avvenire.
Saluto (mai senza).
Via.
Lui ha un sorriso sottile -simpatico- e non è in guardia: le braccia sono rilassate, il gioco di gambe appena accennato, lo sguardo – quello sì –
castano mobilissimo. É dappertutto, di fronte a tutti, respinge tutti: anche questo era evidente.
Quanti voli ed utili legnate, in versione allenamento…
Quasi vent’anni fa. Il kimono non lo indosso più, la cintura nera è in fondo a una cassapanca. O forse è sparito tutto.
Ma ogni giorno che trascorro con la muta addosso, mentre assemblo l’attrezzatura subacquea, sicuramente ogni volta che ho la fortuna di
accompagnare qualcuno sott’acqua per la sua prima volta o nelle successive…ricordo l’impronta di quella serata col maestro Alfredo A. (tutt’ora guizzante di argento vivo, stesso sigaro incastonato sotto i
baffi bianchi, l’aria sempre un po’ anni ‘60/’70). E quella sua immediata lezione su forme rigide ed atti essenziali, ritorna ogni volta che ho a che fare con una rete abbandonata. Perché nessuna rete ha
mai sentito parlare di standard: una volta persa fa danno e basta, per troppo tempo.
Certo: è essenziale, la forma. Ti permette di entrare in una logica, in quella serie di passaggi da compiere per acquisire, possedere una tecnica. Ripetizioni, condizionamento, acquisizione di gesti da far
diventare atti. Ma, giunti a quel punto, forse bisognerebbe saperne uscire, almeno per qualche momento utile.
Andiamo in acqua!
L'ho scritto e pubblicato nel 2024: dopo una lunga fase di documentazione. Fatta di centinaia d'immersioni, ma anche di interviste, racconti vissuti e raccolti. Sott'acqua, fra reti abbandonate e gente determinata (da oltre un decennio, senza soste) a toglierle di mezzo insieme a tutto ciò che nel nostro mondo non deve rimanere.
Perché, dopotutto, rimuovere una rete fantasma è influire su un frammento di realtà: con la pratica, senza parole.
Ho deciso di regalarvi la prima pagina.
Dojo
«Venite ad affrontarmi».
5-6 giovanotti, ciascuno con la sua brava cintura nera ben annodata sul karate-gi bianco. Un nastrino rosso cucito in punta indica il 1°dan, il grado appena acquisito. L’abito derivato dal kimono tradizionale scricchiola, i piedi nudi cercano appoggio sul tatami di gomma: elementi storici rivisitati.
Posizione di guardia più o meno formale: un piede avanza l’altro arretra; un braccio si piega in avanti a proteggere il viso, termina in un pugno chiuso; l’altro ripara il petto tenendo carico un altro pugno.
Lui è il nostro maestro, evidentemente. Sessant’anni, un’età per noi quasi inimmaginabile; capelli argentati, dritto e massiccio, mezzo toscano semispento sempre pronto all’uso. Non qui, perché questo è il
dojo: lo spazio dove tutto ciò deve avvenire.
Saluto (mai senza).
Via.
Lui ha un sorriso sottile -simpatico- e non è in guardia: le braccia sono rilassate, il gioco di gambe appena accennato, lo sguardo – quello sì –
castano mobilissimo. É dappertutto, di fronte a tutti, respinge tutti: anche questo era evidente.
Quanti voli ed utili legnate, in versione allenamento…
Quasi vent’anni fa. Il kimono non lo indosso più, la cintura nera è in fondo a una cassapanca. O forse è sparito tutto.
Ma ogni giorno che trascorro con la muta addosso, mentre assemblo l’attrezzatura subacquea, sicuramente ogni volta che ho la fortuna di
accompagnare qualcuno sott’acqua per la sua prima volta o nelle successive…ricordo l’impronta di quella serata col maestro Alfredo A. (tutt’ora guizzante di argento vivo, stesso sigaro incastonato sotto i
baffi bianchi, l’aria sempre un po’ anni ‘60/’70). E quella sua immediata lezione su forme rigide ed atti essenziali, ritorna ogni volta che ho a che fare con una rete abbandonata. Perché nessuna rete ha
mai sentito parlare di standard: una volta persa fa danno e basta, per troppo tempo.
Certo: è essenziale, la forma. Ti permette di entrare in una logica, in quella serie di passaggi da compiere per acquisire, possedere una tecnica. Ripetizioni, condizionamento, acquisizione di gesti da far
diventare atti. Ma, giunti a quel punto, forse bisognerebbe saperne uscire, almeno per qualche momento utile.
Andiamo in acqua!



grazie!
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