Ciao a tutti,
Non tiro fuori un argomento di discussione da un (bel) po'. Ma mi sono di recente imbattuta in un concetto che trovo davvero affascinante (e un po’ inquietante): la Shifting Baseline Syndrome.
In pratica, l’ambiente che sperimentiamo da giovani diventa il nostro “punto di riferimento” per capire cosa è normale in natura.
Il problema è che, se l’ambiente si degrada gradualmente, ogni generazione cresce con un’idea sempre più povera di ciò che era originariamente la biodiversità e la salute degli ecosistemi.
Per esempio, un subacqueo che ha iniziato ad immergersi negli anni ’80 ricorda barriere coralline piene di pesci e coralli vivi; chi ha iniziato oggi, invece, considera “normale” vedere meno coralli, più alghe e pesci più piccoli; perché quello è il mare che conosce.
Così, le aspettative si abbassano di generazione in generazione, e anche gli obiettivi dei progetti di conservazione o ripristino rischiano di essere sempre meno ambiziosi.
Alcune domande alle quali sto cercando di trovare risposta:
Giuditta
Non tiro fuori un argomento di discussione da un (bel) po'. Ma mi sono di recente imbattuta in un concetto che trovo davvero affascinante (e un po’ inquietante): la Shifting Baseline Syndrome.
In pratica, l’ambiente che sperimentiamo da giovani diventa il nostro “punto di riferimento” per capire cosa è normale in natura.
Il problema è che, se l’ambiente si degrada gradualmente, ogni generazione cresce con un’idea sempre più povera di ciò che era originariamente la biodiversità e la salute degli ecosistemi.
Per esempio, un subacqueo che ha iniziato ad immergersi negli anni ’80 ricorda barriere coralline piene di pesci e coralli vivi; chi ha iniziato oggi, invece, considera “normale” vedere meno coralli, più alghe e pesci più piccoli; perché quello è il mare che conosce.
Così, le aspettative si abbassano di generazione in generazione, e anche gli obiettivi dei progetti di conservazione o ripristino rischiano di essere sempre meno ambiziosi.
Alcune domande alle quali sto cercando di trovare risposta:
- Se non abbiamo mai visto il mare “com’era”, come possiamo sapere cosa stiamo davvero perdendo?
- Quanto è affidabile la nostra memoria come strumento di conservazione? Ricordiamo per proteggere, o ricordiamo solo per nostalgia?
- Ogni generazione si abitua a un mare un po’ più vuoto: a quale punto smetteremo di accorgerci del cambiamento?
- È possibile amare e proteggere qualcosa che non abbiamo mai conosciuto nel suo stato originario?
- Se oggi un giovane subacqueo vede un reef “sano” ma in realtà degradato rispetto a 30 anni fa, possiamo biasimarlo per la sua ignoranza?
- Le foto, i racconti e i dati scientifici possono davvero trasmettere l’emozione di ciò che si è perso, o serve l’esperienza diretta per comprendere il valore del mare?
- Quando diciamo “dobbiamo riportare il mare com’era una volta”, cosa intendiamo davvero? A quale “una volta” ci riferiamo?
Giuditta





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